La preghiera: non un’azione ma uno stato – Cristina Campo, dall’Introduzione ai “Racconti di un pellegrino russo”
Chi la confessava più [l’orazione] per ciò che realmente era, via regale di trasmutazione dell’anima in vista dell’unione con Dio e dell’assimilazione a Lui? Non un’azione ma uno stato. Preghiera di “pura adesione” dei mistici. Orazione litanica o giaculatoria, perfettamente gratuita, prediletta da tutti i Santi. “Mio Dio e mio tutto” ripetuto da Francesco d’Assisi, faccia a terra, durante un’intera notte.
(…)
Resta l’enigmatico precetto che è il cardine su cui ruota non il Pellegrino soltanto ma tutta la contemplazione bizantina: “discendere dentro il proprio cuore”, “riportare la mente nel cuore”, “ricondurre l’attenzione dalla mente al cuore”, perché là dentro dimora Iddio e là dentro bisogna incontrarlo. Sembra il rovescio perfetto dell’ “uscire dall’io” della mistica occidentale, del suo “gettare il cuore e la mente in Dio” dimenticando il corpo dietro di sé come una casa deserta. Talché è dell’Occidente il rapimento estatico che trae l’anima fuori dai sensi, la levitazione che svelle il corpo da terra quasi a fargli seguire la mente scoccata in alto. In Oriente, il corpo inabitato da Dio nel segreto del cuore si accende di luce e quasi di gloria, come quello di san Serafino di Sarov, che rifulse come un sole dinanzi agli occhi di un atterrito signor Motovilov.
Ma poiché in tali dimensioni non vi è né alto né basso, non fuori né dentro, e il centro del cuore non è altra cosa dall’infinito dei cieli, né l’atomo dalle galassie, e le parole perdono ogni precisa direzione, le due esperienze non sono in realtà due ma una sola. Si potrebbe parlare di un doppio e simultaneo movimento dello spirito che si ritrae cercando Dio nella segreta stanza del cuore e trova in quel centro l’infinito nel quale lanciarsi.
Esistono d’altra parte reciprocità misteriose, ed è affascinante riascoltare, nella melodiosa teologia di una piccola carmelitana francese del secolo XIX, Elisabeth de la Trinité, la pura dottrina dei padri orientali tale quale fu instillata al Pellegrino: “la mia occupazione è rientrare nel mio intimo cuore e perdermi in Coloro (le Tre divine Persone) che vi abitano”. “Seppellirmi nel più profondo dell’anima per trovarvi Iddio”. “Basta che io mi raccolga per trovarlo qui, dentro di me, ed è tutta la mia felicità”. “È il segreto che ha trasformato la mia vita in un paradiso anticipato: credere cioè che un essere che si chiama Amore abita in noi ad ogni istante del giorno e della notte e che egli ci chiede di vivere ‘in società’ con Lui”.
Così la grande stirpe russa degli iurodìvi e degli strànniki, i vagabondi e i folli per amor di Dio, ha la sua testimonianza occidentale, più ancora che negli antichi pellegrini e romei quale Rocco di Montpellier, in quel gaudioso, tenero ed inflessibile accattone perennemente “errante di luogo in luogo”, da Compostella a Bari, da Loreto a Montserrat e di basilica in basilica romana fino a morire sui gradini di una di esse, Benedetto Labre: tra le cui reliquie, puri stracci irrigiditi dal fango, sono un rosario e due libri: il Breviario e le Vite dei Santi Padri.
(Cristina Campo, dall’Introduzione all’edizione italiana dei Racconti di un pellegrino russo, 1977)
Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno – Dalle “Omelie” di san Giovanni Crisostomo

Molti marosi e minacciose tempeste ci sovrastano, ma non abbiamo paura di essere sommersi, perché siamo fondati sulla roccia. Infuri pure il mare, non potrà sgretolare la roccia. S’innalzino pure le onde, non potranno affondare la navicella di Gesù. Cosa, dunque, dovremmo temere? La morte? “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1, 21). Allora l’esilio? “Del Signore è la terra e quanto contiene” (Sal 23, 1). La confisca de beni? “Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via” (1 Tm 6, 7). Disprezzo le potenze di questo mondo e i suoi beni mi fanno ridere. Non temo la povertà, non bramo ricchezze non temo la morte, né desidero vivere, se non per il vostro bene. È per questo motivo che ricordo le vicende attuali e vi prego di non perdere la fiducia.
Non senti il Signore che dice: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”? (Mt 18, 20). E non sarà presente là dove si trova un popolo così numeroso, unito dai vincoli della carità? Mi appoggio forse sulle mie forze? No, perché ho il suo pegno, ho con me la sua parola: questa è il mio bastone, la mia sicurezza, il mio porto tranquillo. Anche se tutto il mondo è sconvolto, ho tra le mani la sua Scrittura, leggo, la sua parola. Essa è la mia sicurezza e la mia difesa. Egli dice: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).
Cristo è con me, di chi avrò paura? Anche se si alzano contro di me i cavalloni di tutti i mari o il furore dei principi, tutto questo per me vale di meno di semplici ragnatele. Se la vostra carità non mi avesse trattenuto, non avrei indugiato un istante a partire per altra destinazione oggi stesso. Ripeto sempre: “Signore, sia fatta la tua volontà”(Mt 26, 42). Farò quello che vuoi tu, non quello che vuole il tale o il tal altro. Questa è la mia torre, questa la pietra inamovibile, il bastone del mio sicuro appoggio. Se Dio vuole questo, bene! Se vuole ch`io rimanga, lo ringrazio. Dovunque mi vorrà, gli rendo grazie.
Dove sono io, là ci siete anche voi. Dove siete voi, ci sono anch’io. Noi siamo un solo corpo e non si separa il capo dal corpo, né il corpo dal capo. Anche se siamo distanti, siamo uniti dalla carità; anzi neppure la morte ci può separare. Il corpo morrà, l’anima tuttavia vivrà e si ricorderà del popolo. Voi siete i miei concittadini, i miei genitori, i miei fratelli, i miei figli, le mie membra, il mio corpo, la mia luce, più amabile della luce del giorno. Il raggio solare può recarmi qualcosa di più giocondo della vostra carità? Il raggio mi è utile nella vita presente, ma la vostra carità mi intreccia la corona per la vita futura.
Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Prima dell’esilio, nn. 1-3; PG 52, 427*-430)
L’unità è dono dello Spirito – Matta El Meskin
L’unità è uno dei desideri di Dio che Cristo ci ha rivelato: “Che siano una cosa sola in noi” (Gv 17, 21). È dunque il cuore che la cerca e con esso la contempla, qualora Cristo in verità sia dentro il cuore: “Che Cristo abiti nei vostri cuori mediante la fede” (Ef 3, 17).
L’unità attualmente è ricercata in ogni campo come una realizzazione obiettiva che dovrebbe preparare l’unione di tutti in Dio: ciò non è che un’illusione. L’unità non può essere separata da Dio neppure provvisoriamente, come via per accedere a Dio; l’unità sarà un’unità reale quando tutti si ritroveranno in Dio. L’attuale ricerca dell’unità è portata avanti con il metodo razionale esposto alle insidie del sentimento: è una forma “spiritualizzata” della ricerca scientifica.
Ma l’unità non è un oggetto di scienza; non soggiace al processo della conoscenza basata sulla distinzione tra il giusto e il falso, tra il bene e il male. L’unità è una verità; la verità si comunica con l’ispirazione; l’ispirazione si fissa dapprima nel cuore, in seguito nel pensiero: “Il nostro cuore non ci bruciava forse in petto mentre egli ci parlava? E i loro occhi si aprirono ed essi lo riconobbero” (Lc 24, 31-32).
Tale ordine di successione appare ancora più chiaro nella lettera agli ebrei: “Questa è l’alleanza che io contrarrò con essi dopo quei giorni, dice il Signore: inserirò le mie leggi nei loro cuori e nelle loro menti le scriverò” (Eb 10, 16). L’ispirazione non trascura mai l’intelligenza, ma questa non tiene in alcun conto l’ispirazione.
Noi non vogliamo tralasciare la ricerca dell’unità; su un piano razionale la ragione smaschera gli errori degli uomini e li confuta: tale è la sua competenza, fondata sull’analisi e “per quel poco che è utile”. Tuttavia l’unità è impressa nell’anima, con edificazione di sé e la fusione delle sue forze. Questo compete allo Spirito: lo Spirito libera, perdona, unifica.
L’unità è oltre la possibilità della ragione; ciò che la ragione potrà fare sarà di comprenderla, una volta realizzata; ma essa non saprà afferrare nella sua profondità il “come” nel suo avverarsi: “Il Regno di Dio non è avvertito nel suo venire” (Lc 17, 20).
(…)
Se noi desideriamo la vera unità, la dobbiamo chiedere e cercare in Dio, nella sua presenza, e non come una teoria obiettiva separata da Dio, qualunque sia la sua forma teologica.
Alla presenza di Dio il pensiero dell’uomo si mette in posizione di “risposta” e non di “proposta”. Questo atteggiamento di “risposta” è il risultato delle realizzazioni più robuste e più violente del cuore, reazioni che fanno eco all’aspirazione la quale accompagna e segue la presenza divina. È dunque con il cuore che viene cercata l’unità e in esso la si riconosce attraverso la venuta di Dio è in sua presenza.
L’unità al di fuori della presenza divina non è che un’idea, un oggetto, un’aspirazione, ma solamente alla presenza di Dio essa si fa reale e visibile, traboccante e viva, così molti ne vivono.
(Matta El Meskin, Ecumenismo o coalizione?, in Lettere ’70, 4 1970, p. 12)
“Ecumenismo o coalizione?” – Matta El Meskin
Atteggiamento estremamente pericoloso è quello di lasciarsi confondere dai sentimenti e permettere loro di condizionare e impregnare le nostre ricerche sull’unità cristiana. Questa deve essere perseguita solamente attraverso lo Spirito, senza nessuna ingerenza della carne o di mozioni affettive: “Ciò che è generato dalla carne è carne, e ciò che è generato dallo Spirito è spirito” (Gv, 3,6). L’appagamento dei sentimenti, pure se può apparire cosa giusta e bella, è tuttavia incapace, a livello dello spirito, di rispondere ai diritti della verità: la verità, al limite, è al di là del sentimento: “Quelli che vivono secondo la carne non possono piacere a Dio” (Rm 8,8). Infatti il sentimento, anche quando sembra accordarsi con lo spirito nell’iniziale cammino verso la verità, rappresenta tuttavia un pericolo capace di scoraggiare l’uomo e di ributtarlo indietro nella sua ascesa verso la verità.
Il sentimento lavora inconsciamente a vantaggio della carne; anche quando si sottomette allo spirito non è che uno stratagemma per appropriarsene i valori e volgerli a utilità della gloria personale.
Se l’unità degli uomini, pur sotto motivazioni apparentemente spirituali, viene fondata sul sentimento, essa non serve che all’orgoglio dell’uomo, all’esaltazione dell’ “io” umano; Dio, nel caso, risulta appena un valore aggiunto all’uomo! Decisioni e negoziati diventano allora una specie di tentativo – serio – di ritrovare una lingua che serva al dialogo tra “gli uomini di Babele”, al fine di poter riprendere la costruzione della torre celeste!
L’ “io” è in verità la causa della divisione che regna nel mondo intero e in modo particolare nella Chiesa. Dio chiede l’unità degli uomini in modo da essere “Lui” il capo: “Che essi siano una cosa sola in noi” (Gv, 17, 21). L’unità divina degli uomini equivale dunque all’abbandono dell’ “io” sia individuale che collettivo da parte dell’uomo.
(Matta El Meskin, Ecumenismo o coalizione?, in Lettere ’70, 4 1970, p. 2)
E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Mc 1, 14-20
Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, proclamando il vangelo di Dio, e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».
Passando lungo il mare di Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Venite dietro a me, vi farò diventare pescatori di uomini». E subito lasciarono le reti e lo seguirono.
Andando un poco oltre, vide Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, mentre anch’essi nella barca riparavano le reti. E subito li chiamò. Ed essi lasciarono il loro padre Zebedèo nella barca con i garzoni e andarono dietro a lui.
«Questo vi dico, fratelli: il tempo si è fatto breve» (1 Cor 7, 29). Sarà stata questa brevità che hanno avvertito i primi apostoli, quando hanno visto Gesù passare lungo il mare di Galilea. Egli disse: “Venite” e loro subito, immediatamente, lasciarono le loro reti e lo seguirono.
Sarà stata la brevità del tempo a disposizione, la consapevolezza di avere null’altro che l’oggi per rispondere alla chiamata, ad averli spinti a correre subito dietro al Signore.
Diceva Santa Teresa di Lisieux:
La mia vita è un baleno,
un’ora che passa,
un momento che presto mi sfugge e se ne va.
Tu lo sai, mio Dio,
che per amarti sulla terra
non ho altro che l’oggi!
(“Il mio canto d’oggi”, 1 Giugno 1894)
Oggi, ora. È questo il momento di vivere; non aspettare domani, perché domani potrebbe essere mai. Adesso, in questo istante preciso è il momento di alzarsi, lasciare le reti e seguirlo. Lasciamole, quelle reti che ci legano alle nostre consuetudini, ai nostri modi di pensare, al nostro modo incatenante di vivere gli affetti.
Lasciamo quelle reti, corriamo dietro a Gesù, rispondiamo alla sua chiamata, non con le parole ma con gesti immediati, dirompenti, che squarciano il nostro tempo, portandoci in un presente intriso d’eterno; viviamo con tutto il nostro essere questa risposta, questo sì, questa sequela a quest’Uomo-Dio che passa lungo la riva del mare della nostra vita per trasformarla in Lui. Viviamo presenti al nostro presente, preghiamo anche noi, con santa Teresa di Lisieux, nel cuore e con la nostra vita: “Tu lo sai, mio Dio, che per amarti sulla terra non ho altro che l’oggi!”
Monica Granata
Sant’Antonio Abate – Dalla “Vita di sant’Antonio” scritta da sant’Atanasio, vescovo.
Dopo la morte dei genitori, lasciato solo con la sorella ancora molto piccola, Antonio, all’età di diciotto o vent’anni, si prese cura della casa e della sorella. Non erano ancora trascorsi sei mesi dalla morte dei genitori, quando un giorno, mentre si recava, come era sua abitudine, alla celebrazione eucaristica, andava riflettendo sulla ragione che aveva indotto gli apostoli a seguire il Salvatore, dopo aver abbandonato, ogni cosa. Richiamava alla mente quegli uomini di cui si parla negli Atti degli Apostoli, che, venduti i loro beni, ne portarono il ricavato ai piedi degli apostoli, perché venissero distribuiti ai poveri. Pensava inoltre quali e quanti erano i beni che essi speravano di conseguire in cielo. Meditando su queste cose entrò in chiesa, proprio mentre si leggeva il vangelo, e sentì che il Signore aveva detto a quel ricco: «Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi» (Mt 19, 21).
Allora Antonio, come se il racconto della vita dei santi gli fosse stato presentato dalla Provvidenza e quelle parole fossero state lette proprio per lui, uscì subito dalla chiesa, diede in dono agli abitanti del paese le proprietà che aveva ereditato dalla sua famiglia — possedeva infatti trecento campi molto fertili e ameni — perché non fossero motivo di affanno per sé e per la sorella. Vendette anche tutti i beni mobili e distribuì ai poveri la forte somma di denaro ricavata, riservandone solo una piccola parte per la sorella.
Partecipando un’altra volta all’assemblea liturgica, sentì le parole che il Signore dice nel vangelo: «Non affannatevi per il domani» (Mt 6,34). Non potendo resistere più a lungo, uscì di nuovo e donò anche ciò che gli era ancora rimasto.
Affidò la sorella alle vergini consacrate a Dio e poi egli stesso si dedicò nei pressi della sua casa alla vita ascetica, e cominciò a condurre con fortezza una vita aspra, senza nulla concedere a se stesso.
Egli lavorava con le proprie mani: infatti aveva sentito proclamare: «Chi non vuol lavorare, neppure mangi» (2 Ts 3, 10). Con una parte del denaro guadagnato comperava il pane per sé, mentre il resto lo donava ai poveri.
Trascorreva molto tempo in preghiera, poiché aveva imparato che bisognava ritirarsi e pregare continuamente (cfr. 1 Ts 5, 17). Era così attento alla lettura, che non gli sfuggiva nulla di quanto era scritto, ma conservava nell’animo ogni cosa al punto che la memoria finì per sostituire i libri. Tutti gli abitanti del paese e gli uomini giusti, della cui bontà si valeva, scorgendo un tale uomo lo chiamavano amico di Dio e alcuni lo amavano come un figlio, altri come un fratello.
(Dalla “Vita di sant’Antonio” scritta da sant’Atanasio, vescovo).
S. Antonio Abate: Le lettere – Seconda lettera
1. Antonio vi saluta nel Signore, cari e stimati fratelli. Dio non ha visitato le sue creature una sola volta, ma con la sua bontà, la sua grazia e il suo spirito, ha seguito quanti fin dal principio del mondo hanno camminato verso il Creatore secondo la legge dell’alleanza. Gli esseri razionali, messi a morte nell’anima e nei sensi del loro cuore dalla legge dell’alleanza, non sono più in grado di far uso della loro intelligenza come nella condizione primitiva della creazione e, privati ormai della ragione, si fanno schiavi della creatura e non servi del Creatore. Il Creatore dell’universo per la sua grande bontà ci ha visitato per mezzo della legge dell’alleanza. Infatti la nostra natura è immortale. E tutti quelli che per mezzo della legge dell’alleanza sono stati istruiti dallo Spirito Santo e hanno ricevuto lo spirito di figli, hanno potuto adorare il loro Creatore in modo conveniente. Di questi l’apostolo Paolo dice: «Eppure tutti costoro non conseguirono la promessa» (Eb 11,39).
2. Il Creatore per il suo costante amore verso tutti voleva visitarci nelle nostre infermità e nelle nostre dissoluzioni e fece apparire il legislatore Mosè che ci consegnò la legge scritta e gettò le basi della casa della verità, cioè della chiesa cattolica che creò l’unità fra tutti. Dio infatti voleva farci ritornare alla nostra primitiva condizione. Mosè iniziò la costruzione della casa, ma non la portò a termine, l’abbandonò e morì. Dio poi per mezzo del suo Spirito fece apparire l’assemblea dei profeti e anch’essi costruirono sulle fondamenta di Mosè, ma non poterono completare il lavoro; anch’essi l’abbandonarono e morirono.
Tutti, rivestiti dello Spirito, videro che la ferita era insanabile perché non c’èra creatura capace di curarla se non il Figlio unigenito, vero intelletto del Padre, immagine di colui che creò a sua immagine ogni creatura razionale. Essi sapevano che il Salvatore è il grande medico, si radunarono tutti insieme e pregarono per noi, membra del loro corpo. Dicevano esclamando: «Non v’è forse balsamo in Galaad? Non c’è più nessun medico? Perché non si cicatrizza la ferita del mio popolo?» (Ger 8,22) e «Abbiamo curato Babilonia, ma non è guarita. Lasciatela e andiamo ciascuno al proprio paese» (Ger 51,9).
Dio poi per il suo infinito amore venne da noi e per mezzo dei suoi santi profeti diceva: «Tu, figlio dell’uomo, fa’ il tuo bagaglio da deportato, preparati a emigrare» (Ez 12,3). Egli infatti, «immagine di Dio» (2Cor 4,4), «non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» (Fil 2,6 11). Dunque, miei cari, ora vi sia chiaro il senso di queste parole, cioè che il Padre buono «non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi» (Rm 8,32), «schiacciato per le nostre iniquità; per le sue piaghe noi siamo stati guariti» (Is 53,5). Con la sua potente parola ci ha radunati da tutte le nazioni, dai confini della terra ai confini del mondo, ha fatto risorgere i nostri intelletti, ha rimesso i nostri peccati, ci ha insegnato che siamo membra gli uni degli altri.
3. Vi prego, fratelli, nel nome di nostro Signore Gesù Cristo, di capire questo grandioso piano di salvezza; egli si è fatto «come noi, escluso il peccato» (Eb 4,15). Ogni intelletto razionale, per il quale il Salvatore è venuto, deve comprendere come è stato plasmato, conoscere se stesso, distinguere il bene dal male, perché possa essere liberato per la sua venuta. Infatti coloro che sono stati liberati, grazie al suo disegno di salvezza, sono stati chiamati semi di Dio; questa non è ancora la perfezione, ma soltanto la giustizia del momento che conduce all’adozione filiale.
4. Ma il nostro Salvatore capì che questi sono vicini a ricevere lo spirito di figli; essi lo hanno conosciuto grazie all’insegnamento dello Spirito Santo e Gesù disse loro: «Non vi chiamo più servi; ma vi ho chiamato amici, perché tutto ciò che ho udito dal Padre l’ho fatto conoscere a voi» (Gv 15,15). Così divennero audaci nello spirito, conobbero se stessi e la loro natura spirituale ed esclamarono: «Anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così» (2Cor 5,16). Ricevettero lo spirito di figli, come esclama Paolo: «Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre» (Rm 8,15). Ora, Signore, noi sappiamo che tu ci hai concesso di essere: «Figli di Dio, eredi di Dio, coeredi di Cristo» (Rm 8,17). Vi sia ben chiaro questo, miei cari: chi trascura la sua crescita spirituale e non dedica ogni suo impegno in questa fatica, la venuta del Salvatore sarà il giorno del giudizio. Il Signore è: «per gli uni odore di morte per la morte e per gli altri odore di vita per la vita» (2Cor 2,16) perché «egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione» (Lc 2,34).
Vi prego, miei cari, in nome di Gesù Cristo di non trascurare la vostra salvezza, ma ciascuno di voi si laceri il cuore e non le vesti (Gi 2,13), perché non ci capiti di indossare invano l’abito esteriore e di prepararci alla condanna. Ora, infatti, è vicino il tempo in cui si manifesteranno le opere di ognuno di noi. Molte altre cose si dovrebbero dire su punti di minor conto, ma sta scritto: «Da’ consigli al saggio e diventerà ancora più saggio» (Pro 9,9). Saluto tutti voi nel Signore, dal piccolo al grande (At 8,10). Il Dio della pace custodisca voi tutti, miei cari. Amen.
Il Signore ha manifestato la sua salvezza
«Il Signore ha manifestato la sua salvezza, agli occhi dei popoli ha rivelato la sua giustizia» (Sal 97, 2).
«L’Epifania, la “manifestazione” del nostro Signore Gesù Cristo, è un mistero multiforme. La tradizione latina lo identifica con la visita dei Magi al Bambino Gesù a Betlemme, e dunque lo interpreta soprattutto come rivelazione del Messia d’Israele ai popoli pagani. La tradizione orientale, invece, privilegia il momento del battesimo di Gesù nel fiume Giordano, quando egli si manifestò quale Figlio Unigenito del Padre celeste, consacrato dallo Spirito Santo. Ma il Vangelo di Giovanni invita a considerare “epifania” anche le nozze di Cana, dove Gesù, mutando l’acqua in vino, “manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui” (Gv 2,11)».
(dall’omelia del 6 gennaio 2009 del Santo Padre Benedetto XVI) Continua a leggere
I Magi, il battesimo nel Giordano, le nozze di Cana nell’inno di sant’Ambrogio – di Inos Biffi
I Magi, il battesimo nel Giordano, le nozze di Cana nell’inno di sant’Ambrogio
Più luce alle stelle
Più sapore al vino
di Inos Biffi
L’inno canta le epifanie del Signore o le manifestazioni del suo intimo mistero avvenute nel battesimo al Giordano, nella luce della stella apparsa ai Magi come guida verso Betlemme, e nella conversione dell’acqua mutata in vino a Cana: i tre “miracoli”.
La Chiesa di sant’Ambrogio celebrava i tre “miracoli” – gli stessi oggi commemorati della liturgia milanese – ormai distintamente dalla memoria del Natale, per il quale lo stesso vescovo aveva composto l’inno che celebrava la venuta del Verbo nella carne e il suo presepe. Continua a leggere
Il Signore ha manifestato in tutto il mondo la sua salvezza – Dai “Discorsi” di san Leone Magno, papa
Il Signore ha manifestato in tutto il mondo la sua salvezza
La Provvidenza misericordiosa, avendo deciso di soccorrere negli ultimi tempi il mondo che andava in rovina, stabilì che la salvezza di tutti i popoli si compisse nel Cristo.
Un tempo era stata promessa ad Abramo una innumerevole discendenza che sarebbe stata generata non secondo la carne, ma nella fecondità della fede: essa era stata paragonata alla moltitudine delle stelle perché il padre di tutte le genti si attendesse non una stirpe terrena, ma celeste.
Entri, entri dunque nella famiglia dei patriarchi la grande massa delle genti, e i figli della promessa ricevano la benedizione come stirpe di Abramo, mentre a questa rinunziano i figli del suo sangue. Tutti i popoli, rappresentati dai tre magi, adorino il Creatore dell’universo, e Dio sia conosciuto non nella Giudea soltanto, ma in tutta la terra, perché ovunque in Israele sia grande il suo nome (cfr. Sal 75, 2). Continua a leggere

