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La preghiera: non un’azione ma uno stato – Cristina Campo, dall’Introduzione ai “Racconti di un pellegrino russo”

Chi la confessava più [l’orazione] per ciò che realmente era, via regale di trasmutazione dell’anima in vista dell’unione con Dio e dell’assimilazione a Lui? Non un’azione ma uno stato. Preghiera di “pura adesione” dei mistici. Orazione litanica o giaculatoria, perfettamente gratuita, prediletta da tutti i Santi. “Mio Dio e mio tutto” ripetuto da Francesco d’Assisi, faccia a terra, durante un’intera notte.

(…)

Resta l’enigmatico precetto che è il cardine su cui ruota non il Pellegrino soltanto ma tutta la contemplazione bizantina: “discendere dentro il proprio cuore”, “riportare la mente nel cuore”, “ricondurre l’attenzione dalla mente al cuore”, perché là dentro dimora Iddio e là dentro bisogna incontrarlo. Sembra il rovescio perfetto dell’ “uscire dall’io” della mistica occidentale, del suo “gettare il cuore  e la mente in Dio” dimenticando il corpo dietro di sé come una casa deserta. Talché è dell’Occidente il rapimento estatico che trae l’anima fuori dai sensi, la levitazione che svelle il corpo da terra quasi a fargli seguire la mente scoccata in alto. In Oriente, il corpo inabitato da Dio nel segreto del cuore si accende di luce e quasi di gloria, come quello di san Serafino di Sarov, che rifulse come un sole dinanzi agli occhi di un atterrito signor Motovilov.

Ma poiché in tali dimensioni non vi è né alto né basso, non fuori né dentro, e il centro del cuore non è altra cosa dall’infinito dei cieli, né l’atomo dalle galassie, e le parole perdono ogni precisa direzione, le due esperienze non sono in realtà due ma una sola. Si potrebbe parlare di un doppio e simultaneo movimento dello spirito che si ritrae cercando Dio nella segreta stanza del cuore e trova in quel centro l’infinito nel quale lanciarsi.

Esistono d’altra parte reciprocità misteriose, ed è affascinante riascoltare, nella melodiosa teologia di una piccola carmelitana francese del secolo XIX, Elisabeth de la Trinité, la pura dottrina dei padri orientali tale quale fu instillata al Pellegrino: “la mia occupazione è rientrare nel mio intimo cuore  e perdermi in Coloro (le Tre divine Persone) che vi abitano”. “Seppellirmi nel più profondo dell’anima per trovarvi Iddio”. “Basta che io mi raccolga per trovarlo qui, dentro di me, ed è tutta la mia felicità”. “È il segreto che ha trasformato la mia vita in un paradiso anticipato: credere cioè che un essere che si chiama Amore abita in noi ad ogni istante del giorno e della notte e che egli ci chiede di vivere ‘in società’ con Lui”.

Così la grande stirpe russa degli iurodìvi e degli strànniki, i vagabondi e i folli per amor di Dio, ha la sua testimonianza occidentale, più ancora che negli antichi pellegrini e romei quale Rocco di Montpellier, in quel gaudioso, tenero ed inflessibile accattone perennemente “errante di luogo in luogo”, da Compostella a Bari, da Loreto a Montserrat e di basilica in basilica romana fino a morire sui gradini di una di esse, Benedetto Labre: tra le cui reliquie, puri stracci irrigiditi dal fango, sono un rosario e due libri: il Breviario e le Vite dei Santi Padri.

(Cristina Campo, dall’Introduzione all’edizione italiana dei Racconti di un pellegrino russo, 1977)

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