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Archivi del mese: febbraio 2012

La preghiera è luce per l’anima – San Giovanni Crisostomo

La preghiera, o dialogo con Dio, è un bene sommo. È, infatti, una comunione intima con Dio. Come gli occhi del corpo vedendo la luce ne sono rischiarati, così anche l’anima che è tesa verso Dio viene illuminata dalla luce ineffabile della preghiera. Deve essere, però, una preghiera non fatta per abitudine, ma che proceda dal cuore. Non deve essere circoscritta a determinati tempi od ore, ma fiorire continuamente, notte e giorno.

Non bisogna infatti innalzare il nostro animo a Dio solamente quando attendiamo con tutto lo spirito alla preghiera. Occorre che, anche quando siamo occupati in altre faccende, sia nella cura verso i poveri, sia nelle altre attività, impreziosite magari dalla generosità verso il prossimo, abbiamo il desiderio e il ricordo di Dio, perché, insaporito dall’amore divino, come da sale, tutto diventi cibo gustosissimo al Signore dell’universo. Possiamo godere continuamente di questo vantaggio, anzi per tutta la vita, se a questo tipo di preghiera dedichiamo il più possibile del nostro tempo. Continua a leggere

Convertiamoci sinceramente al suo amore – San Clemente I

Teniamo fissi gli occhi sul sangue di Cristo, per comprendere quanto sia prezioso davanti a Dio suo Padre: fu versatoper la nostra salvezza e portò al mondo intero la grazia della penitenza.
Passiamo in rassegna tutte le epoche del mondo e constateremo come in ogni generazione il Signore abbia concesso modo e tempo di pentirsi a tutti coloro che furono disposti a ritornare a lui. Noè fu l’araldo della penitenza e coloro che lo ascoltarono furono salvi.
Giona predicò la rovina ai Niniviti e questi, espiando i loro peccati, placarono Dio con le preghiere e conseguirono la salvezza. Eppure non appartenevano al popolo di Dio.
Non mancarono mai ministri della grazia divina che, ispirati dallo Spirito Santo, predicassero la penitenza. Lo stesso Signore di tutte le cose parlò della penitenza impegnandosi con giuramento: Com’è vero ch’io vivo — oracolo del Signore — non godo della morte del peccatore, ma piuttosto della sua penitenza (cfr. Ez 33, 11). Aggiunse ancora parole piene di bontà: Continua a leggere

Quaranta giorni per crescere nell’amore di Dio e del prossimo – San Gregorio Magno

Cominciamo oggi i santi quaranta giorni di quaresima e conviene esaminare attentamente perché questa astinenza è osservata per quaranta giorni. Mosé, per ricevere la Legge la seconda volta, ha digiunato quaranta giorni (Gen 34,28). Elia, nel deserto, si è astenuto dal mangiare quaranta giorni (1Re 19,8). Il Creatore stesso, venendo tra gli uomini, non ha preso alcun cibo per quaranta giorni (Mt 4,2). Sforziamoci anche noi, per quanto possibile, di tenere a freno il nostro corpo con l’astinenza in questi santi quaranta giorni…, per divenire, secondo la parola di Paolo, “sacrificio vivente” (Rom 12,1). L’uomo è offerta vivente e al tempo stesso immolata (cfr Ap 5,6) quando, pur non lasciando questa vita, fa morire però in sé i desideri mondani.

È  soddisfare la carne che ci ha trascinato al peccato (Gen 3,6); la carne mortificata ci conduca al perdono. L’autore della morte, Adamo, ha trasgredito i precetti della vita mangiando il frutto proibito dell’albero. Continua a leggere

Affila le armi della lotta spirituale con il digiuno – San Giovanni Crisostomo

Affila le armi della lotta spirituale con il digiuno (San Giovanni Crisostomo)

Come al finir dell’inverno torna la stagione estiva
e il navigante trascina in mare la nave,
il soldato ripulisce le armi e allena il cavallo per la lotta,
l’agricoltore affila la falce,
il viandante rinvigorito si accinge al lungo viaggio
e l’atleta depone le vesti e si prepara alle gare;
così anche noi, all’inizio di questo digiuno,
quasi al ritorno di una primavera spirituale
forbiamo le armi come i soldati,
affiliamo la falce come gli agricoltori
e, come nocchieri riassettiamo la nave del nostro spirito
per affrontare i flutti delle assurde passioni,
come viandanti riprendiamo il viaggio verso il cielo
e come atleti prepariamoci alla lotta
con lo spogliamento di tutto. Continua a leggere

L’orazione interiore del cuore – Istruzione di Ignazio e Callisto

È un fatto che, se insegneremo alla nostra mente a scendere nel cuore insieme con il respiro, ci accorgeremo che, scesa laggiù, essa dovrà essere sola e spoglia, dedita solo alla memoria e all’invocazione del Signore nostro Gesù Cristo; mentre uscendone e spaziando sulle cose esteriori, senza volerlo si disperderà in molte immagini e ricordi. Proprio per conservare questa semplicità e unità della mente, i Padri esperti in tale esercizio raccomandano a colui che voglia abituarsi a questa veglia della mente nel cuore, di sedere in un luogo tranquillo e non troppo luminoso, soprattutto all’inizio di questa pratica. Perché la vista delle cose esteriori può realmente essere causa di distrazione. Se invece un ambiente ombroso e silenzioso ci nasconde il mondo esterno, la mente cessa di disperdersi e si raccoglie meglio in se stessa, come dice Basilio il Grande: “La mente, che i sensi non lasciano spaziare sul mondo, rientra in se stessa”. Continua a leggere

Combattere lo sconforto

Lo sconforto è il peggiore dei peccati e la principale arma usata dal mondo delle tenebre contro di noi.

Niceta Stethatos dice che se tu fossi caduto e sprofondato nel più profondo degli inferni, anche allora non dovresti disperarti, ma rivolgerti immediatamente a Dio ed Egli risolleverà subito il tuo cuore caduto e ti darà più forza di prima. Pertanto, dopo ogni caduta e ogni ferita al cuore, devi porre all’istante il tuo cuore alla presenza di Dio, perché sia da esso curato e purificato, così come le cose infette, esposte per qualche tempo all’azione dei raggi del sole, perdono il loro potere infettivo. Molti maestri spirituali parlano positivamente di questa lotta coi nemici della salvezza, le nostre passioni.

Se si fosse mille volte feriti, non bisogna mai rinunciare all’azione vivificante, vale a dire all’invocazione di Gesù Cristo, presente nei nostri cuori. Le nostre azioni non devono deviarci dal nostro procedere alla presenza di Dio e dall’orazione interiore, risvegliando in noi l’ansia, lo scoraggiamento e la malinconia, ma piuttosto sollecitare il nostro rivolgerci al Dio. Un bambino condotto dalla madre quando comincia a camminare, si rivolge subito a lei e le si attacca più fortemente quando inciampa.

(dai Racconti di un Pellegrino Russo)

2 Febbraio, Presentazione di Gesù al Tempio – L’incontro dell’uomo vecchio con l’Uomo nuovo

Presentazione al tempio, Stavrinikita 1546

La festa dell’ hypapànte, o dell’Incontro di Nostro Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo, ha origini antiche; testimoniata già da Egeria nella seconda metà del IV secolo, nel V-VI sec. si celebra già ad Alessandria, ad Antiochia ed entra a Costantinopoli nel 542. Alla fine del VII secolo viene introdotta a Roma da papa Sergio I (687-701), di origini orientali, che vi introdurrà anche le feste della Natività di Maria (8 settembre), dell’Annunciazione (25 marzo) e della Dormizione della Madre di Dio (15 agosto).

Nella Chiesa d’Occidente è stata mantenuta la solenne processione e la benedizione delle candele, come avveniva a Gerusalemme nel IV secolo, da cui il nome Candelora.

Questa festa ci ricorda che il quarantesimo giorno dopo la nascita del suo figlio primogenito, Maria lo portò nel Tempio, secondo quanto prescritto dalla Legge mosaica, per offrirlo al Signore e per riscattarlo attraverso il sacrificio di una coppia di tortore o di colombi (Lc 2,22-37). In questa occasione Colui che in precedenza aveva dato la Legge a Mosè si sottomette ai precetti della Legge, per testimoniare come, per amore degli uomini, si sia fatto uno di loro. Inoltre l’offerta di Gesù al Padre, compiuta nel Tempio, prelude alla sua offerta sacrificale sulla croce. Continua a leggere

Un amore autentico ed efficace – Louis-Joseph Lebret

 

La carità comporta che “l’altro” sia amato “affinché sia in Dio”. È la logica dell’imperiosa esigenza del come te stesso (Mt 22, 39). Non si ama veramente se non si vuole per il proprio amico il più grande e il miglior bene. Ciò non vuol dire che si cercherà di imporgli la propria fede. La fede è dono di Dio, la risposta di Dio all’uomo di buona volontà che vuole liberarsi dei falsi dei. È necessario fornire all’uomo di buona volontà l’occasione di porsi delle questioni sul senso della vita e sulla chiamata di Dio.

Amare gli altri perché siano in Dio non esclude la volontà di renderli uomini; amati in Dio, essi sono veramente amati per se stessi e totalmente. In qualunque modo li si aiuti a crescere non si deve mai cercare di asservirli, “possederli”, “averli”. Per se stesso, l’amore in Dio è un amore integrale; se vuole la crescita dell’altro, ciò comporta anche l’amore e il rispetto della sua libertà. Continua a leggere