Non lamentiamoci dei nostri timori – Santa Teresa d’Avila
Non lamentiamoci dei nostri timori né ci scoraggi vedere la debolezza della nostra natura e dei nostri sforzi. Piuttosto cerchiamo di rafforzarci nell’umiltà e di renderci ben conto di quanto siano limitate le nostre possibilità e del fatto che, senza l’aiuto di Dio, non siamo nulla. Bisogna confidare nella sua misericordia, diffidare completamente delle nostre forze ed essere convinti che tutta la nostra debolezza deriva dal far assegnamento su di esse. Non senza una profonda ragione nostro Signore ha voluto manifestare debolezza. È chiaro che non la sentiva, essendo egli la stessa forza; ma l’ha fatto per nostra consolazione, per mostrarci quanto sia opportuno passare dai desideri alle opere e indurci a considerare che, quando un’anima comincia a mortificarsi, tutto le riesce gravoso. Se si accinge a lasciare le proprie comodità, che pena! Se a trascurare l’onore, che tormento! Se deve sopportare una parola ostile, che cosa intollerabile! Insomma, è assalita da ogni parte da tristezze mortali. Ma, appena si deciderà a morire al mondo, si vedrà libera da queste pene; anzi, non nutrirà più alcun timore di lamentarsi, una volta conseguita la pace richiesta dalla sposa.
(Santa Teresa d’Avila)
Il buon Pastore – San Gregorio di Nissa
«Io sono il buon pastore.
Il buon pastore offre la vita per le pecore»
(Gv 10, 11)
Dove vai a pascolare, o buon Pastore, tu che porti sulle
spalle tutto il gregge? Quell’unica pecorella rappresenta
tutta la natura umana che hai preso sulle tue spalle.
Mostrami il luogo del tuo riposo, conducimi all’erba buona e
nutriente, chiamami per nome, perché io, che sono tua
pecorella, possa ascoltare la tua voce e con essa possa
avere vita eterna. “Dimmi, o amore dell’anima mia” (Ct 1,7).
Così infatti ti chiamo; perché il tuo nome è sopra ogni
nome e ogni comprensione, e neppure tutto l’universo degli
esseri ragionevoli è in grado di pronunziarlo e di
comprenderlo. Il tuo nome, dunque, nel quale si mostra la
tua bontà, rappresenta l’amore della mia anima verso di te.
Come potrei infatti non amare te, quando tu hai tanto amato
me? Mi hai amato tanto da dare la tua vita per il gregge del
tuo pascolo.
Non si può immaginare un amore più grande di questo. Tu
hai pagato la mia salvezza con la tua vita.
(Dalle Omelie sul Cantico dei Cantici di san Gregorio di
Nissa).
Se salgo in cielo, là tu sei, se scendo negli inferi, eccoti – Thomas Merton
«…Dio nella sua misericordia mi permetteva di fuggire quanto lontano volessi dal Suo amore, ma nello stesso tempo si preparava ad incontrarmi alla fine di tutto, nel fondo dell’abisso, quando avrei pensato di essere infinitamente lontano da Lui. Si ascendero in coelum, tu illic es. Si discendero in inferum, ades. Perché al colmo della mia abiezione, Egli mi avrebbe infuso nell’anima una luce sufficiente perché comprendessi quanto ero abietto, riconoscessi che tutto era colpa mia, opera delle mie mani. E sempre sarei stato punito delle colpe per mezzo delle colpe stesse, e avrei dovuto, per quanto oscuramente, comprendere che ero in tal modo punito e costretto a bruciare nelle fiamme del mio inferno e a marcire nell’inferno della mia corrotta volontà sino a sentirmi spinto finalmente dall’intensità stessa dell’abiezione alla rinuncia della mia volontà.
(…) La semplice comprensione della propria infelicità non significa salvezza: può essere occasione di salvezza, o può essere la porta spalancata su di un abisso infernale ancor più profondo, e io ero disceso ben più in basso di quanto immaginassi. Ma comprendevo almeno dove mi trovavo e cominciavo a tentare di uscirne.»
(Thomas Merton, “La montagna dalle sette balze”)
Tragedia e ottimismo. Le acque di Siloe – Thomas Merton
Don Federico considerava la vita da un punto di vista tragico e ottimistico ad un tempo. Un punto di vista ottimistico perché la realtà centrale della sua vita – una realtà più reale di ogni altra cosa – era l’infinito amore e l’infinita misericordia di Dio per gli uomini. Ed era anche un punto di vista tragico perché egli sentiva, con un’angoscia così acuta da divenire fisica, la terribile verità che nella maggior parte gli uomini hanno respinto questo amore e hanno preferito la confusione e la miseria dei loro fini egoistici, fini che hanno come frutto sofferenza, crudeltà, odio e guerra.
Il punto di vista di don Federico sulla vita non poteva non essere tragico, dati i tempi tragici in cui egli viveva. Ma non poteva neppure non essere ottimistico, perché egli aveva consacrato la sua esistenza a una dottrina che, essenzialmente ottimistica, scorge l’amore di Dio in ogni cosa, anche nella peggiore, e ci ricorda continuamente che l’amore di Dio tramuta il male in bene. Omnia cooperantur in bonum iis qui diligunt Deum.
Il frutto di questa combinazione di tragedia e di ottimismo era una vita di strenui sforzi, una vita in cui don Federico si dedicava interamente al compito di opporre bene al male, amore a odio, sacrificio a egoismo, riparazione a peccato. Il suo concetto di vita cistercense era dominato da questo carattere di riparazione, e la necessità della penitenza doveva diventare il tema quasi unico della sua istruzione spirituale. Sebbene fosse essenzialmente una persona modesta e chiusa, don Federico Dunne raggiava letteralmente di emozione quando parlava della vita del monaco Christo cruci confixus, inchiodato alla croce con Cristo, del monaco che accumula nel proprio corpo ciò che manca alle sofferenze del Christus totus.
(Thomas Merton, Le acque di Siloe)
Serenità di cuore – Tommaso da Celano
Sicurissimo rimedio contro mille insidie e astuzie del nemico, il nostro Santo Francesco affermava essere la letizia spirituale. Infatti diceva: «Il diavolo esulta soprattutto quando può rapire al servo di Dio il gaudio dello spirito. Egli porta della polvere, che cerca di gettare negli spiragli, per quanto piccoli, della coscienza e così insudiciare il candore della mente e la mondezza della vita. Ma – continuava – se la letizia di spirito riempie il cuore, inutilmente il serpente tenta di iniettare il suo veleno mortale. I demoni non possono recare danno al servo di Cristo, quando lo vedono pieno di santa gioia. Se invece l’animo è malinconico, desolato e piangente, con tutta facilità o viene sopraffatto dalla tristezza o è trasportato alle gioie frivole».
Per questo il Santo cercava di rimanere sempre nel giubilo del cuore, di conservare l’unzione dello spirito e l’olio della letizia. Evitava con la massima cura la malinconia, il peggiore di tutti i mali. Così che quando la sentiva infiltrarsi pur di poco nel suo spirito, subito si metteva a pregare.
«Il servo di Dio – spiegava – quando è turbato, come capita, da qualcosa, deve alzarsi subito per pregare, e perseverare davanti al Padre Sommo sino a che gli restituisca la gioia della sua salvezza. Infatti, se indugerà nella malinconia, crescerà quel male babilonese che, se infine non avrà sfogo nelle lacrime, formerà nel cuore una ruggine indelebile».
Tommaso da Celano, Vita Seconda di San Francesco d’Assisi
Rallegratevi nel Signore, sempre. – San Giovanni Crisostomo.
Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. Parole brevi, ma cariche di grande incoraggiamento. E cosa significa: Nessuno vi potrà togliere la vostra gioia? Vediamolo.
Sei ricco? Molti possono toglierti la felicità della ricchezza: ladri che abbattono muri, schiavi che trafugano i beni loro affidati, l’imperatore che li confisca, gente invidiosa che ti calunnia.
Sei potente? Molti potranno toglierti la gioia che ne deriva. Scaduto il mandato della magistratura, termina anche la soddisfazione; e finché dura, molti contrasti pieni di difficoltà e di preoccupazioni ti tolgono l’entusiasmo.
Hai una costituzione robusta? Viene una malattia ed è finita la gioia della salute.
Sei dotato di bellezza e di attrattiva? Arriva la vecchiaia, la bellezza appassisce e la felicità sfuma.
Ti stai godendo un lauto banchetto? Sopraggiunge la sera e il piacere del pasto sontuoso è svanito.
Tutti i beni terreni sono facili a dissiparsi e non riescono mai a procurarci una gioia duratura.
La pietà e le virtù interiori operano tutto l’inverso. Se fai elemosina nessuno te ne potrà togliere il merito. Congiurino pure eserciti e sovrani, ladri e delatori a migliaia, le ricchezze già depositate in cielo non saranno mai oggetto di rapina. Resterà eterna la gioia. Sta scritto infatti: Egli dona largamente ai poveri, la sua giustizia rimane per sempre. È così! Hai chiuso i tuoi tesori nei forzieri del cielo dove il ladro non ruba, il brigante non rapisce e la tignola non consuma .
Hai elevato preghiere continue e attente? Nessuno potrà togliertene il frutto, perché è frutto radicato in cielo, libero da qualunque insidia. Resterà inafferrabile. Hai beneficato chi ti ha fatto del male? Hai sopportato la maldicenza? Hai benedetto chi ti oltraggiava? Questi sono guadagni che ti dureranno per sempre. Nessuno te ne toglierà la gioia. Ogni volta che ti verranno in mente, proverai letizia e soddisfazione, cogliendone un forte piacere.
Chi è ben disposto interiormente e si cura della propria anima, non si rattrista mai; da qualsiasi evento sa ricavare gioia pura e ininterrotta. Che ciò sia vero ascoltatelo da Paolo che oggi ci consola e ci dice: Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. So che pare cosa inattuabile. Come sarebbe possibile – si dice – che un uomo possa godere senza interruzione? Rallegrarsi non è difficile, ma rallegrarsi continuamente sembra impossibile date le tante occasioni di tristezza che ci assediano.
Il tale ha perduto il figlio o la moglie o l’amico sincero, caro più di ogni congiunto; oppure ha subito una grave perdita, è caduto malato, ha dovuto sopportare difficoltà di ogni genere: offese indegne, fame, peste, esazioni insopportabili, guai familiari. Chi del resto può contare tutti i mali pubblici e privati che ci sogliono affliggere? Come è possibile dunque essere sempre contenti?
Sì, è possibile, o uomo, e se non fosse possibile, Paolo non ci avrebbe esortato, non ce l’avrebbe consigliato, lui così pieno di celeste sapienza.
Senza molte parole o lunghi discorsi, riflettendo soltanto sul detto di Paolo troveremo la via che conduce alla felicità. Paolo non dice semplicemente: Rallegratevi sempre, ma aggiunge il motivo della continua gioia, dicendo: Rallegratevi nel Signore, sempre. Qualsiasi cosa succeda, questa gioia non potrà mai abbandonare chi gode nel Signore. Tutti gli altri motivi di felicità sono mutevoli e caduchi. Non solo: finché durano, non potranno mai procurarci una felicità capace di vincere le pene che per altre cause ci opprimono.
Il timore di Dio invece possiede queste due proprietà: è sicuro e incrollabile e fa sbocciare tanta gioia che non ci lascia neppure sentire gli altri dolori. Chi teme Dio e in lui confida come si deve, ha trovato la radice della beatitudine, possiede la fonte di ogni gioia.
Come una scintilla caduta nell’immensità dell’oceano subito si spegne, così ogni tristezza che tocca il cuore di chi teme Dio, scompare quasi inghiottita dall’oceano sterminato della felicità.
Ma la meraviglia più bella è che pur sotto il peso del dolore egli rimane lieto. Se non subisse afflizioni, non stupirebbe che possa gioire sempre. Ma di fronte all’incubo di mille pene mantenersi su una sfera più alta e in mezzo alle sofferenze conservare la gioia, ecco ciò che sorprende.
Dalle Omelie al Popolo Antiocheno di san Giovanni Crisostomo. (Ad Populum Antiochenum hom.XVI,6; XVIII,1-2. PG 49, 170. 181-183).
Cristo è la roccia – San Gregorio di Nissa
Chi è incerto e vacillante nelle sue convinzioni, indeciso nel bene, sballottato dalle onde e portato di qua e di là, come dice l’Apostolo, costui non giungerà mai alla vetta della virtù. Egli si lascia dominare dal dubbio, passa da un’opinione all’altra riguardo a questa o a quella cosa.
Allo stesso modo quelli che salgono per un pendio sabbioso, anche se procedono a grandi passi, faticano senza risultato, perché il piede scivola sempre giù per la sabbia: essi si muovono, ma il movimento non li fa progredire. Se invece uno e uscito dalla fossa della morte, come dice il salmo, e ha stabilito i suoi passi sulla roccia (la roccia è Cristo, virtù perfetta), quanto più diventa saldo e immobile nel possesso del bene, secondo il consiglio di Paolo, tanto più velocemente compie la corsa. Questa stabilità nel bene procura al suo cuore delle ali per poter salire in alto.
Chi avrà conservato la fede per aver collocato i piedi sulla roccia, sarà premiato dalla mano di chi presiede la corsa con la corona di giustizia.
La Scrittura designa in modi diversi questa ricompensa: infatti ciò che qui è definito cavità della roccia, altrove è giardino di delizie, tenda eterna, dimora presso il Padre, seno d’Abramo, terra dei viventi, acqua che dà ristoro, Gerusalemme celeste, regno dei cieli, premio degli eletti, corona di grazia, corona di delizie, corona di bellezza, torre possente, luogo glorioso, tenda segreta.
Poiché, secondo san Paolo, Cristo è la roccia e noi crediamo che ogni speranza di bene si trovi nel Cristo Gesù, dove sappiamo essere tutti i tesori di bontà, chi e venuto in possesso di qualche bene, costui è certamente in Cristo.
Da La vita di Mosè di san Gregorio di Nissa.
Cos’altro è la fede, se non credere ciò che non vedi? – Sant’Agostino
Gesù promette ai Giudei che credevano in lui: Conoscerete la verità. Ma come? Non l’avevano conosciuta quando il Signore parlava? E come avevano potuto credere se non l’avevano conosciuta? In realtà essi non credettero perché conobbero la verità, ma per conoscerla. Crediamo per poter conoscere e non al contrario. Le cose infatti che conosceremo occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo.
Cos’altro è la fede, se non credere ciò che non vedi? È questo la fede: credere in ciò che non si vede. La verità, invece, è vedere ciò che si è creduto, come sempre il Signore afferma in un altro punto.
Il Figlio di Dio è venuto sulla terra per seminare la fede. Era uomo, si fece umile; tutti potevano vederlo; non tutti lo conobbero; molti lo respinsero, la turba lo uccise, pochi lo rimpiansero e tuttavia, questi pochi che lo compiansero, non lo conoscevano per quello che era.
Tutto questo è un abbozzo della fede, come una base per il futuro. Ciò che il Signore desidera, lo dice in un altro passo del Vangelo: Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui. Coloro che stavano ascoltando Gesù, lo vedevano già; eppure egli prometteva di manifestarsi a chi lo avesse amato. Così qui il Signore afferma: Conoscerete la verità. Che significa? Non è forse verità quanto hai detto, Signore? È verità, ma,verità che si crede, che ancora non si vede. Se si rimane in ciò che si crede, si arriva a ciò che è l’oggetto della visione.
Dai Trattati di sant’Agostino sul Vangelo di Giovanni
Tu cerchi un morto, ma Egli è qui vivo con te e ti parla – Sant’Agostino
In quel tempo, Maria stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi?” Rispose loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”.
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva che era Gesù. Le disse Gesù: “Donna, perché piangi? Chi cerchi?” Essa, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: “Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo”. Gesù le disse: “Maria!” Essa allora, voltatasi verso di lui, gli disse in ebraico: “Rabbunì!”, che significa: Maestro! Gesù le disse: “Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”.
Maria di Magdala andò subito ad annunziare ai discepoli: “Ho visto il Signore” e anche ciò che le aveva detto.
(Gv 20,11-18)
Se l’hai portato via tu, dimmi dove lo hai posto e io andrò a prenderlo.
È come se dicesse: Per me si tratta di una persona indispensabile, per te no. O donna, credi che ti sia indispensabile Cristo morto? Guarda com’egli è vivo! Tu cerchi un morto, ma egli è qui vivo con te e ti parla. Cristo non ci avrebbe recato alcun giovamento se fosse restato morto, ma solo in quanto risuscitò da morte.
Ecco pertanto che, mentre lo si cercava morto, lui si fece vedere vivo. In che senso vivo? La chiama per nome: Maria; e lei, non appena sente il suo nome, risponde: Rabbuni. Il custode dell’orto poteva, sì, dire: Chi cerchi? Perché piangi?, ma Maria poteva dirlo solo Cristo. La chiamò per nome colui che l’aveva chiamata al regno dei cieli; pronunziò infatti quel nome che egli aveva scritto nel suo libro: Maria. E lei: Rabbuni, che significa Maestro. In colui che prima ella riteneva essere il custode dell’orto ora vedeva Cristo. Le disse il Signore: Non mi trattenere, perché non solo ancora salito al Padre.
Che significa toccare se non credere? Cristo infatti lo si tocca con la fede, ed è meglio non toccarlo con le mani ma toccarlo con la fede, anziché palparlo con le mani senza toccarlo con la fede. Toccare Cristo con le mani non fu una cosa eccezionale: lo toccarono anche i Giudei quando lo catturarono, quando lo legarono, quando lo sollevarono sul patibolo. Toccandolo, però, con animo malvagio, persero ciò che toccavano. Toccalo con fede, o Chiesa cattolica, tu, toccalo con la fede. Se ritieni che Cristo è soltanto un uomo, lo tocchi in terra; se invece credi che egli è il Signore, uguale al Padre, lo tocchi nel suo regno presso il Padre.
La sua ascensione avviene appunto quando noi lo conosciamo secondo quello che egli è. Salì al cielo una volta, in quel momento storico, ma sale anche oggi, ogni giorno. Viceversa per molti non ascende, per molti giace sulla terra. Quanti dicono: Fu un grand’uomo, fu un profeta! E quanti sono sorti a dire, come qualche eretico, che fu un uomo, nient’altro; superò nella perfezione della sapienza e della santità tutti gli altri uomini, ma non era Dio.
Io salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro. Perché non dire al Padre nostro e al Dio nostro, ma distinguere: Al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro ? Padre mio, perché io sono il Figlio unigenito; Padre vostro, per grazia, non per natura. Padre mio, perché da sempre lo è stato. Padre vostro, poiché io vi ho scelti.
Dio mio e Dio vostro. In che senso il Padre è Dio di Cristo? Gli è Padre perché lo ha generato. E come gli è Dio? Perché lo ha creato. Lo ha generato in quanto Verbo unigenito; lo ha creato in quanto, secondo la carne, trae origine dalla stirpe di Davide. Quindi è Padre di Cristo e Dio di Cristo. Padre di Cristo nella divinità, Dio di Cristo nella debolezza. Ascolta come sia Dio di Cristo, ricerchiamolo nel salmo: Dal grembo di mia madre sei tu il mio Dio. Sei mio Padre prima che entrassi nel seno di mia madre; da quando vi sono entrato sei il mio Dio.
Perché allora quest’altra distinzione: Dio mio e Dio vostro? Eppure occorreva proprio distinguere. Noi tutti siamo stati formati da Dio attraverso una generazione inficiata dal peccato, mentre Cristo, come uomo, è stato creato in maniera diversa. Egli nacque da una vergine, una donna che lo concepì non per concupiscenza ma per la fede, sicché egli non contrasse da Adamo una natura contagiata dal peccato. Noi tutti nasciamo come frutto di peccato; lui, venuto a purificarci dal peccato, nacque senza peccato. È quindi motivata la distinzione: Dio mio e Dio vostro.
Dai Discorsi di sant’Agostino. Sermo CCXLVI,3-5
Dialogo sullo Spirito Santo tra S. Serafino di Sarov e il suo discepolo Motovilov
- Amico mio, in questo momento siamo entrambi nello Spirito di Dio… perché non mi guardi?
- Non riesco a guardarvi, Padre – risposi – i vostri occhi brillano come un lampo; il vostro volto si è fatto più abbagliante del sole, e gli occhi mi fanno male quando vi guardo.
- Non temere – mi disse – in questo stesso momento sei divenuto luminoso come me. Anche tu sei presente nella pienezza dello Spirito di Dio; altrimenti, non avresti potuto vedermi come mi vedi.
Poi piegò il capo su di me e mi sussurrò:
- Benedici Dio per l’infinita bontà che ha per noi. Io ho chiesto a Dio nel mio cuore: ‘Signore, rendilo degno di vedere con i suoi occhi fisici la discesa del tuo Santo Spirito, che tu concedi ai tuo servi, quando ti degni di apparire nel meraviglioso fulgore della tua gloria’. Il Signore ha esaudito istantaneamente questa umile richiesta del miserabile Serafino… Quanto grati dovremmo essere per questo indicibile dono che ci è stato accordato a entrambi. Persino i Padri del deserto non ebbero sempre simili manifestazioni della Sua bontà. La Grazia di Dio – come una madre piena di dolce amore verso i suoi figli – si è degnata di confortare il tuo cuore afflitto, per intercessione della Madre di Dio… perché, dunque, amico mio, non mi guardi dritto in volto? Guarda pure senza timore. Il Signore è con noi.
Incoraggiato da queste parole, lo guardai e fui preso da un sacro timore. Immaginate, nel bel mezzo del sole, abbagliante nella luminosità dei suoi raggi a mezzogiorno, il volto dell’uomo che vi parla. Potete seguirne i movimenti delle labbra, l’espressione cangiante degli occhi, ne potete udire la voce, sentirne le mani toccarvi le spalle. Ma non potete vederne né le mani né il corpo – nulla eccetto un incendio di luce che brilla, illuminando il tappeto di neve d’intorno che copre la radura, i fiocchi di neve che scendono su di me e l’anziano monaco…
- Cosa provi ora? – mi domandò padre Serafino.
- Provo un indicibile benessere – risposi.
- Cosa intendi per benessere? Cosa provi esattamente?
Risposi: – Provo un tale silenzio e una tale pace nel cuore che non so esprimere a parole.
- Amico mio, questa è la pace di cui il Signore parlò ai suoi discepoli: “Vi do la mia pace”. E’ la pace che il mondo non può donare. ‘La pace che oltrepassa ogni comprensione’ [...]. Cos’altro provi?
- Incredibile dolcezza – risposi
Ed egli riprese: – Questa è la dolcezza che è descritta nelle Sacre Scritture. Questa dolcezza colma i nostri cuori e si propaga nelle nostre vene con indicibile beatitudine. Una dolcezza capace di far sciogliere i nostri cuori. Siamo entrambi a provare questa beatitudine ora. Cos’altro provi?
- Indicibile beatitudine nel cuore.
Padre Serafino continuò:
- Quando lo Spirito Santo discende nell’uomo e lo benedice con la sua venuta, ne colma il cuore di indicibile beatitudine, perché lo Spirito Santo colma ogni cosa di beatitudine. Questa è la beatitudine preparata per quelli che Lo amano. E se ora che ne abbiamo solo un assaggio ci dona così tanta dolcezza e gioia, cosa diremo della gioia preparata per noi nei cieli? Amico mio, tu hai pianto tanto sulla terra, e guarda con quale gioia il Signore ti consola. Per ora dobbiamo lavorare e compiere continui sforzi volti a ottenere sempre più forza per raggiungere “la perfetta misura della statura di Cristo”. Poi questa gioia transitoria e parziale che ora proviamo sarà rivelata in tutta la sua pienezza, sommergendo il nostro essere in inesprimibili piaceri che nessuno potrà mai toglierci. Cosa provi ancora, amico mio?
Dissi:
- Indicibile calore.
- Di che calore parli? Siamo in una foresta. E’ pieno inverno, e ovunque tu posi il tuo sguardo c’è neve. La neve fiocca persino sui nostri corpi. Di che calore può trattarsi?
Risposi:
- E’ simile al calore che si può provare alle terme quando si è immersi in un piacevole vapore.
- E l’odore – mi domandò – è lo stesso di quello delle terme?
- Oh no – risposi – non c’è nulla sulla terra simile a quest’odore.
Allora padre Serafino disse con un sorriso:
- Conosco quell’odore, proprio come te. Per questo ti ho chiesto se lo percepivi. E’ veramente una indicibile verità, amico mio. Nessun odore terreno, per quanto piacevole possa essere, può essere paragonato alla fragranza, che ora noi due sentiamo, perché ora siamo circondati dalla fragranza dello Spirito Santo. Cosa c’è di terreno simile ad essa? Tu mi dici che diffonde un calore tutt’intorno simile a quello delle terme, ma guarda: la neve non si scioglie né su di me né su di te. Significa che il calore è dentro di noi e non nell’aria. Questo è il calore per il quale lo Spirito Santo ci fa gridare al Signore: “Riscaldami con l’amore dello Spirito Santo!” [...] Il Regno di Dio è dentro di te ora, e la Grazia dello Spirito Santo illumina e riscalda dal di dentro e colma l’aria d’intorno con varie fragranze, delizia i nostri sensi spirituali con la beatitudine divina e colma i nostri cuori di un’ineffabile gioia.
dialogo tra San Serafino e un suo
discepolo Nikolai Aleksandrovich Motovilov
(1809-1879)
San Serafino di Sarov, monaco, è uno dei santi più popolari della Russia moderna. Dopo sedici anni di vita monastica nel monastero di Sarov, si ritirò da solo nella foresta, vivendo in profonda amicizia con gli animali e con ogni creatura. Nel 1810, costretto a rientrare in monastero, continuò la sua vita di intimità con il Signore vivendo recluso nella propria cella. A 66 anni uscì definitivamente dalla sua solitudine ed iniziò ad accogliere uomini e donne che accorrevano a lui, per chiedergli consigli sulla vita spirituale. Le parole con cui salutava quanti incontrava, “Mia gioia, Cristo è risorto”, sintetizzano la sua dottrina spirituale di uomo che nella sofferenza, nella solitudine, nella prova del deserto, ha sperimentato la gioia della fede nel Cristo vincitore della morte e di ogni dolore e sofferenza, anch’esse forme di morte. È dall’incontro personale con il Signore che nasce la pacificazione profonda del cuore, la trasfigurazione del volto che riflette la luce divina. Non lasciò nulla di scritto. Il “Colloquio con Motovilov” riporta le memorie della conversazione tra il giovane Nikolai Aleksandrovich Motovilov e Serafino su temi di vita cristiana. Fu canonizzato nel 1903 dalla Chiesa Ortodossa Russa.