Get Adobe Flash player

Riflessioni

Convertiamoci sinceramente al suo amore – San Clemente I

Teniamo fissi gli occhi sul sangue di Cristo, per comprendere quanto sia prezioso davanti a Dio suo Padre: fu versatoper la nostra salvezza e portò al mondo intero la grazia della penitenza.
Passiamo in rassegna tutte le epoche del mondo e constateremo come in ogni generazione il Signore abbia concesso modo e tempo di pentirsi a tutti coloro che furono disposti a ritornare a lui. Noè fu l’araldo della penitenza e coloro che lo ascoltarono furono salvi.
Giona predicò la rovina ai Niniviti e questi, espiando i loro peccati, placarono Dio con le preghiere e conseguirono la salvezza. Eppure non appartenevano al popolo di Dio.
Non mancarono mai ministri della grazia divina che, ispirati dallo Spirito Santo, predicassero la penitenza. Lo stesso Signore di tutte le cose parlò della penitenza impegnandosi con giuramento: Com’è vero ch’io vivo — oracolo del Signore — non godo della morte del peccatore, ma piuttosto della sua penitenza (cfr. Ez 33, 11). Aggiunse ancora parole piene di bontà: Allontànati, o casa di Israele, dai tuoi peccati. Di’ ai figli del mio popolo: Anche se i vostri peccati dalla terra arrivassero a toccare il cielo, fossero più rossi dello scarlatto e più neri del cilicio, basta che vi convertiate di tutto cuore e mi chiamiate « Padre », ed io vi tratterò come un popolo Santo ed esaudirò la vostra preghiera (cfr. Is 1,18; 63,16; 64,7; Ger 3,4; 31,9).
Volendo far godere i beni della conversione a quelli che ama, pose la sua volontà onnipotente a sigillo della sua parola.
Obbediamo perciò alla sua magnifica e gloriosa volontà. Prostriamoci davanti al Signore supplicandolo di essere misericordioso e benigno. Convertiamoci sinceramente al suo amore. Ripudiamo ogni opera di male, ogni specie di discordia e gelosia, causa di morte. Siamo dunque umili di spirito, o fratelli. Rigettiamo ogni sciocca vanteria, la superbia, il folle orgoglio e la collera. Mettiamo in pratica ciò che sta scritto. Dice, infatti, lo Spirito Santo: Non si vanti il saggio della sua saggezza, né il ricco delle sue ricchezze, ma chi vuol gloriarsi si vanti nel Signore, ricercandolo e praticando il diritto e la giustizia (cfr. Ger 9,22-231 Cor 1,31). Ricordiamo soprattutto le parole del Signore Gesù quando esortava alla mitezza e alla pazienza: Siate misericordiosi per ottenere misericordia; perdonate, perché anche a voi sia perdonato; come trattate gli altri, così sarete trattati anche voi; donate e sarete ricambiati; non giudicate, e non sarete giudicati; siate benevoli, e sperimenterete la benevolenza; con la medesima misura con cui avrete misurato gli altri, sarete misurati anche voi (cfr. Mt 5, 7; 6, 14; 7, 1.2). Stiamo saldi in questa linea e aderiamo a questi comandamenti. Camminiamo sempre con tutta umiltà nell’obbedienza alle sante parole. Dice infatti un testo sacro: Su chi si posa il mio sguardo se non su chi è umile e pacifico e teme le mie parole? (cfr. Is 66, 2).
Perciò, avendo vissuto grandi e illustri eventi, corriamo verso la meta della pace, preparata per noi fin da principio. Fissiamo fermamente lo sguardo sul Padre e Creatore di tutto il mondo, e aspiriamo vivamente ai suoi doni meravigliosi e ai suoi benefici incomparabili.

(Dalla Lettera ai Corinzi di san Clemente I, papa e martire).

Quaranta giorni per crescere nell’amore di Dio e del prossimo – San Gregorio Magno

Cominciamo oggi i santi quaranta giorni di quaresima e conviene esaminare attentamente perché questa astinenza è osservata per quaranta giorni. Mosé, per ricevere la Legge la seconda volta, ha digiunato quaranta giorni (Gen 34,28). Elia, nel deserto, si è astenuto dal mangiare quaranta giorni (1Re 19,8). Il Creatore stesso, venendo tra gli uomini, non ha preso alcun cibo per quaranta giorni (Mt 4,2). Sforziamoci anche noi, per quanto possibile, di tenere a freno il nostro corpo con l’astinenza in questi santi quaranta giorni…, per divenire, secondo la parola di Paolo, “sacrificio vivente” (Rom 12,1). L’uomo è offerta vivente e al tempo stesso immolata (cfr Ap 5,6) quando, pur non lasciando questa vita, fa morire però in sé i desideri mondani.

È  soddisfare la carne che ci ha trascinato al peccato (Gen 3,6); la carne mortificata ci conduca al perdono. L’autore della morte, Adamo, ha trasgredito i precetti della vita mangiando il frutto proibito dell’albero. Bisogna dunque che noi, privati delle gioie del paradiso a causa del cibo, ci sforziamo di riconquistarle con l’astinenza.

Tuttavia nessuno creda che basti l’astinenza. Il Signore dice per bocca del profeta: «Non è piuttosto questo il digiuno che voglio? dividere il pane con l’affamato, introdurre in casa i miseri, senza tetto, vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne» (Is 58,7-8). Ecco il digiuno che Dio vuole…: digiuno attuato nell’amore del prossimo e impregnato di bontà. Dà quindi agli altri ciò di cui ti privi; così la penitenza del tuo corpo gioverà al benessere del corpo del prossimo che ne ha bisogno.

 

(San Gregorio Magno, Omelia  sul Vangelo, n° 16, 5)

Affila le armi della lotta spirituale con il digiuno – San Giovanni Crisostomo

Affila le armi della lotta spirituale con il digiuno (San Giovanni Crisostomo)

Come al finir dell’inverno torna la stagione estiva
e il navigante trascina in mare la nave,
il soldato ripulisce le armi e allena il cavallo per la lotta,
l’agricoltore affila la falce,
il viandante rinvigorito si accinge al lungo viaggio
e l’atleta depone le vesti e si prepara alle gare;
così anche noi, all’inizio di questo digiuno,
quasi al ritorno di una primavera spirituale
forbiamo le armi come i soldati,
affiliamo la falce come gli agricoltori
e, come nocchieri riassettiamo la nave del nostro spirito
per affrontare i flutti delle assurde passioni,
come viandanti riprendiamo il viaggio verso il cielo
e come atleti prepariamoci alla lotta
con lo spogliamento di tutto.

II fedele è agricoltore, nocchiere, soldato, atleta
e perciò viandante.
San Paolo dice:
«La nostra battaglia non è contro la carne e il sangue,
ma contro i Principati e le Potenze…
Prendete dunque l’armatura di Dio» (Ef 6,12-13).

Ecco l’atleta, ecco il soldato.
Se sei atleta, è necessario che ti presenti nudo alla lotta;
se sei soldato, devi entrare nei ranghi perfettamente armato.
Come è possibile?
Spoglio e non spoglio?
Vestito e non vestito?
Come?

Ecco: lascia gli affari terreni e sarai atleta,
rivesti gli abiti spirituali e sarai soldato.
Spogliati dalle preoccupazioni materiali;
ecco il momento della lotta.
Rivestiti delle armi spirituali.
Abbiamo ingaggiato una terribile guerra
contro i demoni, bisogna quindi essere spogli
per non dare alcun appiglio al nemico che ci combatte;
bisogna armarsi, d’altra parte, interamente,
e non esporsi a ferite mortali.
Coltiva la tua anima, strappa le spine,
semina la parola di Dio, pianta i germi della sana filosofia,
lavora con ogni diligenza ed eccoti agricoltore.

Ascolta ancora san Paolo:
«Il contadino, che lavora duramente,
dev’essere il primo a cogliere i frutti della terra» (2Tm 2,6).
Anch’egli trattava quest’arte,
tanto che scrivendo ai Corinti dice:
«lo ho piantato, Apollo ha irrigato,
ma era Dio che faceva crescere» (1Cor 3,6).
Affila la falce;
l’hai ammaccata con la voracità,
devi affilarla con il digiuno.

(San Giovanni Crisostomo
Omelie al popolo antiocheno 3)

L’orazione interiore del cuore – Istruzione di Ignazio e Callisto

È un fatto che, se insegneremo alla nostra mente a scendere nel cuore insieme con il respiro, ci accorgeremo che, scesa laggiù, essa dovrà essere sola e spoglia, dedita solo alla memoria e all’invocazione del Signore nostro Gesù Cristo; mentre uscendone e spaziando sulle cose esteriori, senza volerlo si disperderà in molte immagini e ricordi. Proprio per conservare questa semplicità e unità della mente, i Padri esperti in tale esercizio raccomandano a colui che voglia abituarsi a questa veglia della mente nel cuore, di sedere in un luogo tranquillo e non troppo luminoso, soprattutto all’inizio di questa pratica. Perché la vista delle cose esteriori può realmente essere causa di distrazione. Se invece un ambiente ombroso e silenzioso ci nasconde il mondo esterno, la mente cessa di disperdersi e si raccoglie meglio in se stessa, come dice Basilio il Grande: “La mente, che i sensi non lasciano spaziare sul mondo, rientra in se stessa”.

Osserva coscienziosamente come l’essenza di questa pratica consista nell’unica, sincera, pura e attenta invocazione del Signore nostro Gesù Cristo, fatta con fede e non soltanto nella penetrazione nel cuore attraverso la via del respiro e nella permanenza in un luogo silenzioso e raccolto. Tutte queste cose, e altre simili, furono escogitate dai Padri soltanto per aiutarci a raccogliere la mente, solitamente distratta, e a ricondurla in noi.

Infatti, dalla consuetudine al raccoglimento e alla concentrazione interiore deriva quella di formulare mentalmente, nel cuore, una pura e attenta orazione. Osserva, inoltre, come tutte queste appropriate posizioni del corpo siano prescritte e determinate da regole particolari, considerate necessarie finché non fluisca nel cuore una limpida e pura orazione. Quando, per la benevolenza e la grazia del Signore nostro Gesù Cristo, ciò avvenga, sarai unito all’unico Signore in una pura e soave orazione e non avrai più bisogno di questi mezzi.

Perciò, se vuoi veramente adempiere l’insegnamento di Gesù Cristo ed essere degno di Lui, sforzati di giungere a pregare il Signore interiormente, in puro abbandono, in ogni tempo, in ogni ora, durante ogni attività, sicché, da fanciullo alla grazia quale sei, tu possa trasformarti, maturando, “nell’uomo perfetto, la misura di statura della plenitudine di Cristo”. Ricorda inoltre che, se dovesse scaturire talvolta in te questa spontanea e libera orazione, non devi turbarla con le tue solite pratiche di preghiera. Abba Filemone insegna: “Se, di notte o di giorno, il Signore ti facesse provare una pura e raccolta orazione, metti da parte le tue regole di preghiera e con tutte le tue forze cerca di aderire al Signore Iddio, ed Egli illuminerà il tuo cuore in quest’opera dello Spirito”.

(Istruzione di Ignazio e Callisto sull’orazione interiore del cuore, Filocalia).

Combattere lo sconforto

Lo sconforto è il peggiore dei peccati e la principale arma usata dal mondo delle tenebre contro di noi.

Niceta Stethatos dice che se tu fossi caduto e sprofondato nel più profondo degli inferni, anche allora non dovresti disperarti, ma rivolgerti immediatamente a Dio ed Egli risolleverà subito il tuo cuore caduto e ti darà più forza di prima. Pertanto, dopo ogni caduta e ogni ferita al cuore, devi porre all’istante il tuo cuore alla presenza di Dio, perché sia da esso curato e purificato, così come le cose infette, esposte per qualche tempo all’azione dei raggi del sole, perdono il loro potere infettivo. Molti maestri spirituali parlano positivamente di questa lotta coi nemici della salvezza, le nostre passioni.

Se si fosse mille volte feriti, non bisogna mai rinunciare all’azione vivificante, vale a dire all’invocazione di Gesù Cristo, presente nei nostri cuori. Le nostre azioni non devono deviarci dal nostro procedere alla presenza di Dio e dall’orazione interiore, risvegliando in noi l’ansia, lo scoraggiamento e la malinconia, ma piuttosto sollecitare il nostro rivolgerci al Dio. Un bambino condotto dalla madre quando comincia a camminare, si rivolge subito a lei e le si attacca più fortemente quando inciampa.

(dai Racconti di un Pellegrino Russo)

2 Febbraio, Presentazione di Gesù al Tempio – L’incontro dell’uomo vecchio con l’Uomo nuovo

Presentazione al tempio, Stavrinikita 1546

La festa dell’ hypapànte, o dell’Incontro di Nostro Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo, ha origini antiche; testimoniata già da Egeria nella seconda metà del IV secolo, nel V-VI sec. si celebra già ad Alessandria, ad Antiochia ed entra a Costantinopoli nel 542. Alla fine del VII secolo viene introdotta a Roma da papa Sergio I (687-701), di origini orientali, che vi introdurrà anche le feste della Natività di Maria (8 settembre), dell’Annunciazione (25 marzo) e della Dormizione della Madre di Dio (15 agosto).

Nella Chiesa d’Occidente è stata mantenuta la solenne processione e la benedizione delle candele, come avveniva a Gerusalemme nel IV secolo, da cui il nome Candelora.

Questa festa ci ricorda che il quarantesimo giorno dopo la nascita del suo figlio primogenito, Maria lo portò nel Tempio, secondo quanto prescritto dalla Legge mosaica, per offrirlo al Signore e per riscattarlo attraverso il sacrificio di una coppia di tortore o di colombi (Lc 2,22-37). In questa occasione Colui che in precedenza aveva dato la Legge a Mosè si sottomette ai precetti della Legge, per testimoniare come, per amore degli uomini, si sia fatto uno di loro. Inoltre l’offerta di Gesù al Padre, compiuta nel Tempio, prelude alla sua offerta sacrificale sulla croce.

Con il titolo di “incontro” (hypapànte) la Chiesa bizantina in questa festa vuol soprattutto sottolineare l’incontro di Gesù con l’anziano Simeone, cioè l’Uomo nuovo con l’uomo vecchio, è la festa dell’incontro di Dio, per mezzo dell’incarnazione del Figlio, con l’umanità, con ogni uomo. Questo incontro ha luogo nel Tempio, cioè nella vita ecclesiale di ogni cristiano, di ognuno di noi. In Simeone ed Anna, è rappresentata l’attesa di tutto il popolo d’Israele, che in questo incontro finalmente trova il suo compimento.

L’icona della festa riprende il passo evangelico di Luca 2, con i cinque personaggi della narrazione: Cristo, Maria e Simeone come figure centrali; Giuseppe e Anna come figure in secondo piano.

Al centro della scena è Cristo, in alcune delle rappresentazioni è Maria che porta il bimbo nelle sue braccia, mentre in altre icone è Simeone che lo sorregge, con le mani velate in segno di adorazione. Dietro di loro si trovano Anna e Giuseppe.

In fondo l’altare e il baldacchino che lo copre, richiamano la disposizione tipica dell’altare cristiano: baldacchino, altare ed evangeliario sopra.

Icona del'Incontro di Cristo. Menologio di Basilio II, X sec. Biblioteca Apostolica Vaticana

L’altare del tempio vestito con le tovaglie e sormontato da un ciborio e spesso anche attorniato da un cancello, che fa del tempio dell’antica alleanza il tempio cristiano, ci mostra anch’esso l’incontro tra l’ umanità antica, invecchiata e l’uomo nuovo nell’umanità di Cristo.

Bisogna sottolineare ancora la somiglianza tra Simeone e Anna, per disposizione e caratteristiche iconografiche, e Adamo ed Eva nell’icona pasquale della discesa di Cristo agli inferi: con lo stesso sguardo Simeone e Adamo, e Anna ed Eva si rivolgono a Cristo sia nell’una che nell’altra delle icone. In quella del 2 febbraio è Simeone che si china per accogliere e abbracciare Cristo; in quella della Pasqua è Cristo che si china per accogliere e abbracciare Adamo. L’icona della festa dell’Incontro diventa così preannuncio dell’altro grande incontro: quando l’Uomo nuovo, Cristo, scende nell’Ade per riscattarne l’uomo vecchio, Adamo.

Un amore autentico ed efficace – Louis-Joseph Lebret

 

La carità comporta che “l’altro” sia amato “affinché sia in Dio”. È la logica dell’imperiosa esigenza del come te stesso (Mt 22, 39). Non si ama veramente se non si vuole per il proprio amico il più grande e il miglior bene. Ciò non vuol dire che si cercherà di imporgli la propria fede. La fede è dono di Dio, la risposta di Dio all’uomo di buona volontà che vuole liberarsi dei falsi dei. È necessario fornire all’uomo di buona volontà l’occasione di porsi delle questioni sul senso della vita e sulla chiamata di Dio.

Amare gli altri perché siano in Dio non esclude la volontà di renderli uomini; amati in Dio, essi sono veramente amati per se stessi e totalmente. In qualunque modo li si aiuti a crescere non si deve mai cercare di asservirli, “possederli”, “averli”. Per se stesso, l’amore in Dio è un amore integrale; se vuole la crescita dell’altro, ciò comporta anche l’amore e il rispetto della sua libertà. L’adesione a Dio è essenzialmente un atto libero.

L’avvicinamento dell’altro non è una manovra d’accerchiamento; non si tratta di assediare l’altro, ma di avvicinarlo come una meraviglia da contemplare, come un fiore che si dischiude, come una possibilità della quale dobbiamo favorire la realizzazione.

L’altro non si sbaglia sull’autenticità dell’amore che si pretende portargli. L’esperto pieno di sé non suscita né riconoscenza né affetto; il missionario che non si spoglia della certezza della sua superiorità e dei pregiudizi della sua razza, rende una testimonianza sterile. Il Piccolo Fratello di Gesù divenuto per amore un contadino dell’Irak o dell’Africa, non tarda a farsi stimare ed amare.

Amare gli altri perché siano più uomini, uomini fino a raggiungere Dio, significa rispettare in loro tutti i valori e le fasi necessarie alla loro crescita. Quando si avrà amato e lavorato molto, fino a dimenticare sé stessi, Dio saprà realizzare al di dentro dell’altro l’apertura al divino.

Colui che ama così, tutto per l’altro, cresce in proporzione al suo dono; più dimentica sé stesso, più guadagna. Dio dilata sempre più il suo amore e lo obbliga  a crescere per divenire più efficace al servizio dell’umanità. Non c’è pausa per chi si dà agli altri, i compiti si aggiungono ai compiti; ma anche quando non ne può più, nella sua infermità Dio è la sua forza.

Louis-Joseph Lebret

La preghiera: non un’azione ma uno stato – Cristina Campo, dall’Introduzione ai “Racconti di un pellegrino russo”

Chi la confessava più [l’orazione] per ciò che realmente era, via regale di trasmutazione dell’anima in vista dell’unione con Dio e dell’assimilazione a Lui? Non un’azione ma uno stato. Preghiera di “pura adesione” dei mistici. Orazione litanica o giaculatoria, perfettamente gratuita, prediletta da tutti i Santi. “Mio Dio e mio tutto” ripetuto da Francesco d’Assisi, faccia a terra, durante un’intera notte.

(…)

Resta l’enigmatico precetto che è il cardine su cui ruota non il Pellegrino soltanto ma tutta la contemplazione bizantina: “discendere dentro il proprio cuore”, “riportare la mente nel cuore”, “ricondurre l’attenzione dalla mente al cuore”, perché là dentro dimora Iddio e là dentro bisogna incontrarlo. Sembra il rovescio perfetto dell’ “uscire dall’io” della mistica occidentale, del suo “gettare il cuore  e la mente in Dio” dimenticando il corpo dietro di sé come una casa deserta. Talché è dell’Occidente il rapimento estatico che trae l’anima fuori dai sensi, la levitazione che svelle il corpo da terra quasi a fargli seguire la mente scoccata in alto. In Oriente, il corpo inabitato da Dio nel segreto del cuore si accende di luce e quasi di gloria, come quello di san Serafino di Sarov, che rifulse come un sole dinanzi agli occhi di un atterrito signor Motovilov.

Ma poiché in tali dimensioni non vi è né alto né basso, non fuori né dentro, e il centro del cuore non è altra cosa dall’infinito dei cieli, né l’atomo dalle galassie, e le parole perdono ogni precisa direzione, le due esperienze non sono in realtà due ma una sola. Si potrebbe parlare di un doppio e simultaneo movimento dello spirito che si ritrae cercando Dio nella segreta stanza del cuore e trova in quel centro l’infinito nel quale lanciarsi.

Esistono d’altra parte reciprocità misteriose, ed è affascinante riascoltare, nella melodiosa teologia di una piccola carmelitana francese del secolo XIX, Elisabeth de la Trinité, la pura dottrina dei padri orientali tale quale fu instillata al Pellegrino: “la mia occupazione è rientrare nel mio intimo cuore  e perdermi in Coloro (le Tre divine Persone) che vi abitano”. “Seppellirmi nel più profondo dell’anima per trovarvi Iddio”. “Basta che io mi raccolga per trovarlo qui, dentro di me, ed è tutta la mia felicità”. “È il segreto che ha trasformato la mia vita in un paradiso anticipato: credere cioè che un essere che si chiama Amore abita in noi ad ogni istante del giorno e della notte e che egli ci chiede di vivere ‘in società’ con Lui”.

Così la grande stirpe russa degli iurodìvi e degli strànniki, i vagabondi e i folli per amor di Dio, ha la sua testimonianza occidentale, più ancora che negli antichi pellegrini e romei quale Rocco di Montpellier, in quel gaudioso, tenero ed inflessibile accattone perennemente “errante di luogo in luogo”, da Compostella a Bari, da Loreto a Montserrat e di basilica in basilica romana fino a morire sui gradini di una di esse, Benedetto Labre: tra le cui reliquie, puri stracci irrigiditi dal fango, sono un rosario e due libri: il Breviario e le Vite dei Santi Padri.

(Cristina Campo, dall’Introduzione all’edizione italiana dei Racconti di un pellegrino russo, 1977)

Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno – Dalle “Omelie” di san Giovanni Crisostomo


Molti marosi e minacciose tempeste ci sovrastano, ma non abbiamo paura di essere sommersi, perché siamo fondati sulla roccia. Infuri pure il mare, non potrà sgretolare la roccia. S’innalzino pure le onde, non potranno affondare la navicella di Gesù. Cosa, dunque, dovremmo temere? La morte? “Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno” (Fil 1, 21). Allora l’esilio? “Del Signore è la terra e quanto contiene” (Sal 23, 1). La confisca de beni? “Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via” (1 Tm 6, 7). Disprezzo le potenze di questo mondo e i suoi beni mi fanno ridere. Non temo la povertà, non bramo ricchezze non temo la morte, né desidero vivere, se non per il vostro bene. È per questo motivo che ricordo le vicende attuali e vi prego di non perdere la fiducia.

Non senti il Signore che dice: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”? (Mt 18, 20). E non sarà presente là dove si trova un popolo così numeroso, unito dai vincoli della carità? Mi appoggio forse sulle mie forze? No, perché ho il suo pegno, ho con me la sua parola: questa è il mio bastone, la mia sicurezza, il mio porto tranquillo. Anche se tutto il mondo è sconvolto, ho tra le mani la sua Scrittura, leggo, la sua parola. Essa è la mia sicurezza e la mia difesa. Egli dice: “Io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20).

Cristo è con me, di chi avrò paura? Anche se si alzano contro di me i cavalloni di tutti i mari o il furore dei principi, tutto questo per me vale di meno di semplici ragnatele. Se la vostra carità non mi avesse trattenuto, non avrei indugiato un istante a partire per altra destinazione oggi stesso. Ripeto sempre: “Signore, sia fatta la tua volontà”(Mt 26, 42). Farò quello che vuoi tu, non quello che vuole il tale o il tal altro. Questa è la mia torre, questa la pietra inamovibile, il bastone del mio sicuro appoggio. Se Dio vuole questo, bene! Se vuole ch`io rimanga, lo ringrazio. Dovunque mi vorrà, gli rendo grazie.
Dove sono io, là ci siete anche voi. Dove siete voi, ci sono anch’io. Noi siamo un solo corpo e non si separa il capo dal corpo, né il corpo dal capo. Anche se siamo distanti, siamo uniti dalla carità; anzi neppure la morte ci può separare. Il corpo morrà, l’anima tuttavia vivrà e si ricorderà del popolo. Voi siete i miei concittadini, i miei genitori, i miei fratelli, i miei figli, le mie membra, il mio corpo, la mia luce, più amabile della luce del giorno. Il raggio solare può recarmi qualcosa di più giocondo della vostra carità? Il raggio mi è utile nella vita presente, ma la vostra carità mi intreccia la corona per la vita futura.

Dalle «Omelie» di san Giovanni Crisostomo, vescovo
(Prima dell’esilio, nn. 1-3; PG 52, 427*-430)

L’unità è dono dello Spirito – Matta El Meskin

L’unità è uno dei desideri di Dio che Cristo ci ha rivelato: “Che siano una cosa sola in noi” (Gv 17, 21). È dunque il cuore che la cerca e con esso la contempla, qualora Cristo in verità sia dentro il cuore: “Che Cristo abiti nei vostri cuori mediante la fede” (Ef 3, 17).

L’unità attualmente è ricercata in ogni campo come una realizzazione obiettiva che dovrebbe preparare l’unione di tutti in Dio: ciò non è che un’illusione. L’unità non può essere separata da Dio neppure provvisoriamente, come via per accedere a Dio; l’unità sarà un’unità reale quando tutti si ritroveranno in Dio. L’attuale ricerca dell’unità è portata avanti con il metodo razionale esposto alle insidie del sentimento: è una forma “spiritualizzata” della ricerca scientifica.

Ma l’unità non è un oggetto di scienza; non soggiace al processo della conoscenza basata sulla distinzione tra il giusto e il falso, tra il bene e il male. L’unità è una verità; la verità si comunica con l’ispirazione; l’ispirazione si fissa dapprima nel cuore, in seguito nel pensiero: “Il nostro cuore non ci bruciava forse in petto mentre egli ci parlava? E i loro occhi si aprirono ed essi lo riconobbero” (Lc 24, 31-32).
Tale ordine di successione appare ancora più chiaro nella lettera agli ebrei: “Questa è l’alleanza che io contrarrò con essi dopo quei giorni, dice il Signore: inserirò le mie leggi nei loro cuori e nelle loro menti le scriverò” (Eb 10, 16). L’ispirazione non trascura mai l’intelligenza, ma questa non tiene in alcun conto l’ispirazione.

Noi non vogliamo tralasciare la ricerca dell’unità; su un piano razionale la ragione smaschera gli errori degli uomini e li confuta: tale è la sua competenza, fondata sull’analisi e “per quel poco che è utile”. Tuttavia l’unità è impressa nell’anima, con edificazione di sé e la fusione delle sue forze. Questo compete allo Spirito: lo Spirito libera, perdona, unifica.
L’unità è oltre la possibilità della ragione; ciò che la ragione potrà fare sarà di comprenderla, una volta realizzata; ma essa non saprà afferrare nella sua profondità il “come” nel suo avverarsi: “Il Regno di Dio non è avvertito nel suo venire” (Lc 17, 20).
(…)

Se noi desideriamo la vera unità, la dobbiamo chiedere e cercare in Dio, nella sua presenza, e non come una teoria obiettiva separata da Dio, qualunque sia la sua forma teologica.
Alla presenza di Dio il pensiero dell’uomo si mette in posizione di “risposta” e non di “proposta”. Questo atteggiamento di “risposta” è il risultato delle realizzazioni più robuste e più violente del cuore, reazioni che fanno eco all’aspirazione la quale accompagna e segue la presenza divina. È dunque con il cuore che viene cercata l’unità e in esso la si riconosce attraverso la venuta di Dio è in sua presenza.

L’unità al di fuori della presenza divina non è che un’idea, un oggetto, un’aspirazione, ma solamente alla presenza di Dio essa si fa reale e visibile, traboccante e viva, così molti ne vivono.

(Matta El Meskin, Ecumenismo o coalizione?, in Lettere ’70, 4 1970, p. 12)